LA BOTTEGA DI VITTORIO - VIA G.MELZI 28 - BRESCIA - 030.3010822
San Bartolomeo è un onesto quartiere sito nella zona nord di Brescia, lontano dal canto delle sirene di piazza Arnaldo e dal centro storico bresciano.
Per aprire un locale da queste parti le motivazioni, quindi, devono essere davvero forti. Ed in effetti i fratelli Mombelli ne hanno sicuramente una di valore: questa era la salumeria del papà Vittorio, da qui il nome, aperta nel 1951 e chiusa nel 1994. Da allora, venuto a mancare il titolare, Claudio e Ruggero hanno intrapreso strade diverse fino al 1998 quando approdano alla campanella di Concesio. Qui sperimentano fino al grande salto: riaprire nel vecchio locale, cosa che puntualmente avviene nel 2004. L’ambiente è piccolo (ho contato circa 30 coperti) ma attento ai particolari, molti dei quali richiamano la bottega dove sono cresciuti (un banco salumi molto bello, alcune Berkel tirate a lucido tra cui un paio di pezzi da collezione e, soprattutto, le foto in bianco e nero del tempo che fu). In cucina la fa da padrone Davis Bodini, che purtroppo non abbiamo avuto il piacere di conoscere personalmente.Siamo in 7, abbiamo molta fame, ci sediamo.Claudio ci presenta la carta del giorno, descrivendoci con dovizia di particolari ed un pizzico di civetteria ogni piatto, sia nel metodo di preparazione che nell’elencazione delle materie prime. Molto bello ma, come sempre accade in assenza di un menù, complicato per chi deve scegliere. In questi casi spesso capita di ordinare cose tipo: “la prima cosa che hai detto” oppure “cos’era quel piatto con i funghi?”. Stesso discorso per il vino. Ora: nessuno di noi ha la puzza sotto il naso in fatto di servizio ma siamo un po’ tutti appassionati del nettare degli dei e ci piace disquisire davanti ad una bella carta dei vini. La sua assenza è una delusione, ne’ può essere di conforto il tentativo di andare a memoria da parte di Claudio. Peccato: il servizio ne soffre e fa scendere di livello tutto il resto. Un po’ patetica poi la motivazione dell’assenza (“la carta non è aggiornata!”). Sorvolo su eventuali commenti. Parlando di cibo: salumi di prim’ordine (Parma 36 mesi, Praga eccellente, Coppa, Lardo di Pata Negra, Speck dell’AA, Mortadella tartufata), un buon antipasto caldo (lumache e porcini su crostone di polenta), un superbo risotto con trevisana brasata e riduzione di balsamico (la scelta del vialone nano secondo me azzeccata), e diversi secondi piatti (guancialino fondente, tartare di fassona, faraona, ecc.) tutti di pregevole fattura. Le porzioni non sono abbondanti ma sostanzialmente saziano (vero Roberto?), l’estetica nei piatti si vede senza essere troppo pomposa. In ultimo i dolci (al cucchiaio abbiamo assaggiato un ottimo gelato e un gustosissimo zabaione, tra le torte la scelta è caduta su una ispiratissima millefoglie). Insomma la cucina, in cui si sente l’impronta del parentado del Miramonti di Caino, è promossa a pieni voti. Devo, e ne farei volentieri a meno, parlare di vino. Detto della carta colpevolmente assente, Diego S. ci consiglia un Langhe Nebbiolo 2007 di Parusso , servito forse troppo caldo, cui fa seguito un Roero 2006 di Correggia . Con i secondi scatta l’orrore: ci vengono serviti contemporaneamente 2 vini (e già qui): un Lagrein 2006 della Cantina Kellerei e un Barolo 2005 sempre di Parusso. Accettabile il primo, sicuramente di spessore il secondo che, ovviamente, fa scomparire il Lagrein come l’Inter con il Milan negli ultimi 5 anni. Un po’ di mea culpa a questo punto: va bene che “l’oste” è lì per vendere, ma cribbio (come direbbe il berlusca), noi abbiamo il diritto/dovere di imporre le nostre scelte, soprattutto davanti a chi, non me ne voglia, poco capisce e molto improvvisa. Con i dolci, infine, una buona Malvasia delle Lipari di Colosi ed un altrettanto buon Picolit di Grillo, azienda importante nel panorama friulano. Nessun distillato, conto di 80€ a cranio, altre 2 ciacole ed un’ultima considerazione: caro Claudio, da buoni interisti (non lo sono tutti ma quasi) non siamo mica dei pirla. I tuoi ricarichi del 300% sui vini te li potevi anche risparmiare. Ma come: il locale ha una storia, la cucina ha nerbo e personalità, e tu mi vanifichi tutto spennandoci come a Portofino fanno con i turisti made in Usa? La nostra educazione nel non evidenziarti allora quanto sopra è pari alla nostra indignazione adesso nel dimostrarti che “ca’ nisciun è fess”.