BUCA DI RIPETTA - Roma
In occasione del mio viaggio ludico a Roma ho chiesto ai miei amici di zingarate consigli su dove andare a mangiare, mi sono stati fatti diversi nomi. La voglia era quella di provare ristoranti stile “vecchia roma”.Uno di questi sembrerebbe la “Buca di Ripetta”. Lo tengo come chicca fine viaggio. Si trova in una via molto particolare: infatti in questa via i numeri non sono pari da una parte e dispari dall’altra, ma proseguono tranquillamente uno dopo l’altro sul lato della via per poi tornare indietro … lo so che non mi sono spiegato bene ma vi basti sapere che di fronte al numero civico 35 c’è il numero 231 … più chiaro! No? Beh andateci poi mi direte!
Comunque la troviamo! Non è così popolare come me l’avevano descritto, anzi abbastanza attuale.
Entro e la prima cosa che noto sono le pareti tutte tempestate di bottiglie di vino. Sono le 12.45 il locale è vuoto. Circa una quarantina di posti, gli uni troppo vicini agli altri. Nonostante il deserto un ragazzo giovane con bandana tipo chef d’avanguardia ci indirizza in un tavolo da due posti secco sacrificato in mezzo ad altri due tavoli da quattro… bho …. non ho capito forse sperava in frotte di avventori dell’ultimo minuto. Come al solto indago un po’, il cameriere si affretta a dirmi che il locale è frequentato da “persone della CONFCOMMERCIO, da Beppegrillo, gente così…” sono perplesso: non trovo attinenza. Leggo il menù, simpatico, cucina tradizionale con punte fusion. Chiedo un “…antipasto ed un risotto … no, il risotto non lo facciamo, allora una carbonara, mia moglie della cicoria saltata in padella, … no, la cicoria è finita! Delle puntarelle? Non le consiglio, non è più stagione: sono verdi. Non importa le prendo lo stesso. Mi spiace ma forse sono finite … Tagliamo la testa al toro (tranquilli: non è sul menù) prende delle penne all’arrabbiata.
Una bottiglia di vino è troppa, lo servite al bicchiere? Certamente! Allora un bicchiere di Shiraz. Vedo cosa ho di aperto, non penso dello Shiraz. Per mia moglie del bianco sempre al bicchiere.”
Il cameriere bandanato torna con due bottiglie agli sgoccioli, per mia moglie del Bianco … non si sa … per me del rosso … non si sa pure a me. Guardo le bottiglie che adornano la parete e mi viene un po’ di nostalgia. Assaggio il mio calice sembra Sangiovese, ma tenuto male. Provo anche il bianco, questo sembra un Trebbiano ma di una bottiglia del giorno prima dimenticata aperta.
Arriva l’antipasto, ben presentato, un piatto con quattro tipologie: carciofi e grana, sformatino -ino -ino di funghi (buono), fiore di zucca (buono), panatina di carne? Poi arriva a me la carbonara e a mia moglie l’arrabbiata.
La carbonara fatta col guanciale, molto buono il guanciale, ma la composizione risulta eccessivamente salata. Assaggio l’arrabbiata: poco arrabbiata! Anzi troppo poco arrabbiata, il cuoco doveva osare di più per un piatto che porta questo nome. Caffè e fine.
Lato positivo, quando vado a pagare la ragazza è molto carina. Il conto 26€ a capoccia (non dimenticate che siamo a Roma). Sommando tutto non ne è valsa la pena. Le materie prima è sicuramente di qualità, ma il posto, la composizione, il bere, non mi sono piaciuti. Forse perché non sono della CONFCOMMERCIO.
Esperienza deludente, girato l’angolo vedo un ristorante più rustico ma con molta più gente … mi vien voglia di entrarci, immediatamente desisto: mia moglie non me l’avrebbe permesso!
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