DGM
| I 10 vini che hanno cambiato la storia??? |
| Scritto da Diego Sburlino | ||||||
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Dov’è finito “quel grande che temprando lo scettro ai produttori (di vino) gli allor ne sfronda ed alle genti svela…..” Mi capita tra le mani, a quasi due mesi dalla pubblicazione, un articolo di Franco Ziliani, segnalatomi da un amico. Tratta di una degustazione tenutasi al Vinitaly 2009, curata dall’A.I.S., incentrata su quelli che vengono definiti “dieci vini che hanno cambiato la storia”, ovviamente del nostro Paese, quasi tutti vini a base di uve internazionali ed autoctone, come l’antesignano dei Supertuscans, il Tignanello ed il Montevetrano di Silvia Imparato e poi uno Chardonnay di Angelo Gaja, e altriL’occasione è ghiotta come potrete immaginare, Franco Ziliani che in solo articolo parla di tutto quello che rappresenta, solitamente, il bersaglio delle sue critiche: il Vinitaly, Angelo Gaja, i Super Tuscans ecc….Già mi pregusto gli strali infarciti di citazioni letterarie e non che sto per leggere, nonché la demolizione sistematica dei vini e dei personaggi succitati, o, quantomeno una forte polemica sulla scelta dei vini posti a rappresentare la “storia” (di qualunque storia si tratti). Trovo l’articolo sul sito ufficiale dell’AIS (leggi qui) e mi “tuffo” nella lettura tralasciandone, quasi, la parte iniziale per andare, subito, al sodo e godermi la presumibile sfuriata del giornalista, anche se colgo, all’inizio, una frase che mi lascia alquanto perplesso “i vini scelti, tutti vini che hanno segnato una svolta, aperto una pagina nuova, portato sperimentazione e innovazione, che si sono posti come punti di riferimento, come nuovi capitoli nel grande libro del vino italiano degli ultimi decenni” Dopo alcune righe arrivo allo Chardonnay di Gaja che viene definito come “il primo vino che ha mostrato come la Langa del Barolo e del Barbaresco potesse diventare anche terra di grandi bianchi, ovvero il Langhe bianco Gaia & Rey (annata 2002) presentato dalla persona cui Angelo Gaja ha dedicato il vino, la primogenita figlia Gaja (immagine davvero tenera e toccante)”…mi aspettavo ben altro e quasi non credo ai miei occhi ma proseguo con avidità (che si sta un po’ smorzando a dire il vero) e giungo al Tignanello del quale si dice “l’antesignano dei vini da tavola innovativi (sic!)…”, passando per il Montevetrano “calibrata sintesi di Aglianico, Cabernet e Merlot,” e “ancora Toscana, e la nuova frontiera di Bolgheri, con il più celebrato dei merlot della terra di Dante, il Masseto……..e via sviolinando per concludere con “….la perfetta riuscita di questo incontro tra professionalità diverse tutte protese ad esaltare l’immagine del vino italiano e la sua crescente qualità (sic!)”.
Personalmente condivido quello che ha scritto, ci mancherebbe, e non nutro dubbi sul fatto che un evento organizzato dall’A.I.S. abbia avuto una riuscita impeccabile, come sempre (e parlo per esperienza diretta), ma dov’è finito “quel grande che temprando lo scettro ai produttori (di vino) gli allor ne sfronda e alle genti svela….” Colui che da tempo inneggia ai vini d’antan, quelli che esprimono il terroir, quelli fatti con i vitigni autoctoni senza la contaminazione con le reiette uve straniere che portano solo a vini “marmellata” dal gusto tutto uguale, colui che ha scritto “demerlotizzare (un verbo che chissà perché mi fa venire in mente un altro verbo, derattizzare...)” (leggi qui), che indice dibattiti pubblici, per contrastare l’avanzata del nuovo, e difende gli italici colori del mondo enoico? Sembra che il sig. “io non ci sto” questa volta ci sia stato…..eccome! A dire il vero alla fine dell’articolo emerge, timidamente, l’ombra di quello che fu il Franco Tiratore “…da parte mia…….un’unica riserva e perplessità (sic!): possibile che tra i dieci vini che “hanno cambiato la storia del vino italiano” non ci fosse posto almeno per un vino espresso dai massimi vitigni italiani, Nebbiolo e Sangiovese e che non fossero stati selezionati nemmeno un Barolo, un Barbaresco, un Brunello di Montalcino? O sono così classici e affermati, così rinomati e riconosciuti a livello mondiale da non apparire, a differenza da altri vini scelti per la degustazione, come vini della “rivoluzione” enologica e del cambiamento? Commento che, tra l’altro, pare fuori luogo dal momento che Cesare Pillon, il “regista” della serata ha introdotto l’evento con queste parole “Mi preme far notare che il titolo della manifestazione è privo dell’articolo: non sono “i” dieci vini che hanno cambiato al storia dell’enologia italiana. Se lo fossero non potrebbe mancare, per esempio, il Sassicaia. Ma il Sassicaia, come i Barolo, i Barbaresco, i Brunello di Montalcino, erano già venuti al mondo prima della creazione dell’A.I.S., mentre le bottiglie in degustazione sono tutte nate durante gli ultimi 44 anni, cioè da quando opera questa associazione e ciascuna di esse ha segnato una svolta, una tappa, un momento importante”. Siamo alle solite, Ziliani quando scrive sul suo blog contesta tutto e tutti, ma quando scrive per l’A.I.S. (associazione dalla quale viene retribuito) rientra nei ranghi e si unisce al coro degli adulatori mitigando i suoi istinti bellicosi, del resto ho già avuto modo di osservare come lui, pur contestando e perseguitando certe guide per i pareri espressi su certi vini e certi produttori, non rivolga le stesse attenzioni alla guida A.I.S., che su quei vini e su quei produttori esprime gli stessi entusiastici pareri ed in alcuni casi va, pure, oltre. A questo punto viene da chiedersi: Ziliani è quel critico feroce ed idealista convinto che sembra apparire leggendo il suo blog, o è il tranquillo giornalista di nicchia che scrive metodiche recensioni sulle riviste A.I.S.? O per meglio dire viene da chiedersi: come si può definire il lavoro che fa Ziliani? Non mi risulta che abbia mai prodotto un solo litro di vino, ma pretende di insegnare ai produttori come si fa; non mi pare, nemmeno, che sia giudice o avvocato ma liquida l’operato dei tecnici che si occupano dell’indagine sul caso Brunello (leggi qui) con una sicurezza invidiabile; non è un degustatore qualificato ma conduce, in vari posti d’Italia, serate tematiche dedicate ad alcuni vini, o meglio per la maggior parte alla polemica autocelebrativa e, solo nella parte finale alla degustazione vera e propria (ripeto non qualificata); manca di rispetto a suoi colleghi giornalisti, del calibro di Bruno Vespa (ma anche a tanti altri di cui alcuni stranieri, come ho già avuto modo di ricordare in passato), definendo un suo articolo (ma anche altri interventi dello stesso giornalista) sul tema enoico “capolavoro di involontaria comicità” (leggi qui) Sicuramente questa dicotomia tra il blogger ed il giornalista non giova alla sua immagine. La polemica estrema, asseritamente, ispirata a valori superiori ed assoluti quando viene smentita dai fatti diventa sterile, perde i contenuti e con il tempo cessa di suscitare interesse.
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