Template Joomla scaricato da Joomlashow

Brunello, Ziliani e... tanta polemica

  • Venerdì 27 Marzo 2009 00:00
  • Scritto da Diego Sburlino

 

Il 26 marzo si è tenuto, presso il ristorante Ca Noa, a Brescia, un incontro con il noto giornalista Franco Ziliani,  che ha presentato 8 Brunelli prodotti da altrettante note aziende ilcinesi. Chi si aspettava una serata improntata alla degustazione tecnica e/o alla presentazione poetica del terroir d’origine, sarà, indubbiamente rimasto deluso, perché di tutt’altro si trattava. Il personaggio è noto ai più per le sue prese di posizione estreme e per la vis polemica che fa da sfondo a quasi tutti i suoi interventi, sono famose le sue ripetute contestazioni alle maggiori e più diffuse guide di vini oltre che alle manifestazioni di livello mondiale tipo Vinitaly e la saccenza con la quale liquida i pareri di esperti mitici, tipo Robert Parker e nell’occasione di cui sopra non poteva astenersi dal professare.

 La questione che ha visto coinvolto il Brunello di Montalcino nell’anno appena trascorso è nota ai più, ma è bene riassumerne i punti salienti, nel caso le idee di qualcuno fossero un po’ confuse. Alla vigilia del Vinitaly del 2008 nel mondo del vino italiano è scoppiato uno scandalo legato al fatto che alcuni produttori di Brunello, 5 aziende tra le più note per la precisione, risultavano sotto indagine della Procura della Repubblica di Siena con l’accusa di avere prodotto il mitico vino invece che dal Sangiovese in purezza, come il disciplinare prevede, aggiungendo altre uve in percentuali, attorno al 10% ma anche di più, sufficienti a modificarne la natura ed il carattere. Ad innescare la miccia alcuni giornalisti del settore ed esperti, tra i quali il succitato, a cavalcare l’onda scandalistica tutti gli altri che hanno visto nell’occasione la possibilità di attaccare, tipico vizio nostrano, la poca serietà italiana, con il bel risultato di azzerare, o quasi, le vendite di Brunello ai danni anche , ovviamente, dei produttori seri, e ce ne sono molti, che proprio per il fatto di essere rimasti produttori di nicchia ed avere conservato le proprie aziende entro dimensioni artigianali hanno subito il contraccolpo più duro. Sul tema vi sono stati interventi di personaggi noti nel mondo del vino, che si sono schierati a favore di una modifica del disciplinare di produzione del Brunello, tipo quello di Angelo Gaja, che però suscita qualche legittimo sospetto dato che il guru del Barbaresco di nuova generazione è proprietario di una tenuta (la Pieve Santa Restituta) che produce nel territorio di Montalcino 60.000 bottiglie di Brunello. Il problema, dopo la deflagrazione iniziale, si è parzialmente ridimensionato, ma è rimasto un manipolo di ostinati belligeranti di cui potremo definire Ziliani il capofila, che combatte con ostinata convinzione. Il tema non è di poco momento, poiché secondo una corrente di pensiero, della quale il massimo esponente è Ezio Rivella, ex amministratore delegato dell’azienda Castello Banfi, una di quelle sotto accusa, disciplinare andrebbe modificato, introducendo la possibilità di produrre il Brunello con le aggiunte sotto accusa, mentre quella contrapposta, capitanata per l’appunto da Ziliani, rema in senso opposto indicendo confronti e dibattiti. La vexata quaestio ha radici profonde. Negli anni sessanta il Brunello di Montalcino era una realtà di nicchia, che trovava la sua origine in circa 60 ettari vitati attraverso l’opera di un numero di produttori inferiore a venti tra i quali il padre fondatore Biondi Santi. Il vino prodotto dal Sangiovese in purezza era e rimaneva scontroso per molti anni (alle volte decenni), prima di potere essere degustato, a prezzi proibitivi, ma regalava emozioni uniche, perché dotato di grande complessità oltre ad essere l’alfiere di quella territorialità che solo i veri intenditori potevano apprezzare ed era infinitamente longevo. Negli anni successivi nel territorio si sono insediate aziende importanti che hanno visto la possibilità di approfittare del prestigioso marchio e gli ettari vitati sono diventati circa 2.000, poiché il Sangiovese venne piantato anche in terreni poco vocati, dove prima crescevano le querce, spesso sbancando intere colline, i produttori sono attualmente oltre 250 e la produzione di Brunello è arrivata al traguardo annuale di parecchi milioni di bottiglie, contro le 150.000 di 40 anni orsono. In particolare i fratelli Mariani, italo-americani, diedero l’incarico ad Ezio Rivella di fondare e condurre, per loro, un’azienda che, in breve tempo, diventò leader nel settore, la Castello Banfi, che adeguò le caratteristiche del vino prodotto ai gusti del proprio mercato, che era, soprattutto, quello americano rendendolo più facile, più ruffiano e soprattutto immediatamente bevibile, senza dovere attendere anni trascinando in questo neue course altri produttori. Da qui nasce la protesta di Ziliani, sicuramente condivisibile, in linea di principio, tutta votata alla conservazione del Brunello d’antan, ma alcune considerazioni sono d’obbligo. Il Brunello di oggi, quello famoso in tutto il mondo è, soprattutto, quello addomesticato, che oltre tutto costa molto meno dell’altro, mentre quello che difende Ziliani è rimasto un prodotto di nicchia per pochi eletti. Le grandi aziende sotto accusa lo hanno fatto diventare un grande marchio ed è per merito di queste che il valore internazionale che Ziliani cerca di tutelare è diventato tale. D’altro canto gli stessi produttori di nicchia hanno goduto par ricochet della grande notorietà acquisita dal loro prodotto e quando, il 27 ottobre 2008, si è votato pro o contro le modifiche del disciplinare vi è stata una ipocrita votazione bulgara (come la definisce Ziliani) contro le modifiche. Dico ipocrita poiché le stesse aziende indagate ed accusate di avere prodotto il Brunello “taroccato” hanno votato contro le modifiche dopo che solo qualche giorno prima, da quanto mi risulta, si erano espresse in senso contrario, evidentemente per compiacere l’opinione pubblica che si aspettava una unanime levata di scudi da parte dei produttori. Probabilmente per risolvere il problema qualche soluzione si potrebbe trovare, tipo adottare il termine “classico” per il Brunello prodotto nelle zone storiche a più alta vocazione, tra l’altro questa scelta legislativa consentirebbe una regolamentazione autonoma all’interno della stessa DOCG Purtroppo gli animi dei belligeranti sono accesi e non ammettono deroghe alla propria visione integralista, ricordano (provate a visionare il dibattito del 3 ottobre 2008 tenutosi all’università di Siena tra Ziliani e Cappellano, da una parte, e Rivella e Fiore, dall’altra) quei giapponesi, che anni dopo la fine della guerra, sono stati rinvenuti, su isole sperdute, ancora in armi convinti di dovere affrontare il nemico. Probabilmente se la scuola di pensiero, capeggiata da Ziliani, avesse dominato nell’800’ il Barolo sarebbe ancora un vino dolce come veniva prodotto prima che vi mettesse mano la compianta Marchesa Falletti di Barolo.

 

 
Commenti
Nuovo Cerca
Commenta
Nome:
Email:
 
Titolo:

!joomlacomment 4.0 Copyright (C) 2009 Compojoom.com . All rights reserved."