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Amarone, in cerca d'identità.

  • Martedì 16 Marzo 2010 14:21
  • Scritto da Diego Sburlino
amaroneIl nome Amarone pare (almeno secondo quanto riferisce Francesco  Quintarelli) abbia visto la luce nella Cantina Sociale Valpolicella, istituita nel 1933 in Villa di Novare Mosconi-Simonini (oggi Bertani), partorito dalla fantasia del mezzadro capocantina, di allora, Adelino Lucchese il quale, nella primavera dell’anno 1936, spillando Recioto Amaro dal fusto in fermentazione, avrebbe esclamato “questo non è un Amaro è un Amarone”, ma il vino, secondo alcuni, potrebbe, addirittura, avere parentela con l’Acinatico della Valpolicella nominato già da Cassiodoro nel 500’.
In realtà il “Recioto scapà” (Recioto scappato), ovvero quello che proseguiva la fermentazione sino a ridurre il residuo zuccherino a tale punto da divenire “amaro” (in seguito denominato, appunto, Amarone), ha una storia molto recente e, fino a pochi decenni orsono, era considerato poco più che un prodotto malriuscito e non era gradito agli stessi produttori, che lo utilizzavano, come prodotto da taglio, per “migliorare” il Valpolicella debole.
Persino il disciplinare del 1968, da alcuni ritenuto una pietra miliare alla quale retrodatarne la nascita ufficiale, menzionava l’Amarone unicamente come varietà del Recioto, che poteva anche essere vinificato nella versione asciutta (il Recioto scapà per l’appunto) e solo nel 1990 venne previsto come tipologia autonoma nel disciplinare della d.o.c. Valpolicella, grazie alle spinte del Consorzio tutela vini della Valpolicella, allora presieduto da Carlo Speri, ottenendo la d.o.c.g. solo recentemente.
Sebbene la prima bottiglia porti al data del 1938, in realtà solo negli anni 50’, del secolo scorso, Bertani (che fu il primo nel 1953) e Bolla iniziarono ad imbottigliarlo per scelta commerciale, anche se in misura modesta, mentre la fama internazionale, e soprattutto il grande successo commerciale, giunsero solo verso la metà degli anni 80’, quando si trasformò in un vero e proprio fenomeno di costume che travolse la produzione del vino in Valpolicella divenendone emblema universalmente riconosciuto, quasi cancellando le altre tipologie esistenti e trascinando questo territorio, a dire il vero piuttosto depresso in quel periodo, in una rinascita enologica senza eguali.
Dagli anni 90’ ad oggi la produzione è cresciuta in modo esponenziale e le bottiglie vendute sono passate dai circa 1,5 milioni del 1997 agli oltre 8 del 2007 con un conseguente aumento delle uve destinate all’appassimento (tappa fondamentale nell’iter produttivo dell’Amarone) che di anno in anno sono aumentate passando dai 15,9 milioni di chili del 2005 ai quasi 30 milioni di chili del 2008 risultando, di fatto, sottratte alla produzione delle altre tipologie menzionate nella doc di riferimento.
Sin qui la storia del successo, anche se recente, di un vino che ha incantato il mondo poi, improvvisamente, la crisi. Non solo quella economica che ha colpito il mondo intero e ha influito anche sul mercato del vino, in particolare di quello costoso, ma, anche, quella legata al tipo di vino e di produzione, quantitativamente esagerata, esasperatamente forzata al fine di creare, sempre più, prodotti che ottenessero consensi nel mercato internazionale, con appassimenti delle uve esasperati e coprenti le caratteristiche varietali, residui zuccherini importanti volti a rendere i vini più ruffiani e concentrazioni che penalizzavano la bevibilità e soprattutto la possibilità di abbinamento ai cibi, per non parlare dell’uso, in alcuni casi, smodato del legno.
Negli ultimi anni sono aumentate le giacenze (ovvero la quantità di vino invenduta e giacente nelle cantine) che hanno sfiorato, nel gennaio 2008, il valore di 170 milioni di Euro (cifra vicina al fatturato complessivo della doc Valpolicella, che, nello stesso periodo storico, era pari a 220 milioni di Euro) leggi qui, che trovano la loro origine nella sovrabbondanza di offerta rispetto alla domanda, mentre all’orizzonte si agita lo spettro di una probabile caduta dei prezzi, che avrebbe l’effetto di danneggiare l’intero comparto produttivo, come evidenzia Luca Sartori, presidente del Consorzio vini della Valpolicella, che richiama tutti i produttori all’unità.
Invero, sembra poco probabile che le aziende, che hanno le cantine piene di invenduto, facciano cartello mantenendo i prezzi elevati che l’Amarone ha aggiunto negli ultimi anni, soprattutto in considerazione del fatto che vi sono molti neo produttori che, attratti dalla “corsa all’oro”, hanno comprato, di recente, terreni in Valpolicella ai prezzi lievitati degli ultimi anni e devono, obbligatoriamente, “rientrare” dell’investimento in molti casi finanziato dalle banche.
E’ giusto precisare, però, che il percorso di questo vino ha trovato, anche in casa propria, molti ostacoli che vanno ad aggiungersi a quelli posti dal mercato.
Si consideri, ad esempio che l’Amarone ha la stessa matrice ampelografica (corvina 40-80% (corvinone max. 50%); rondinella 5-30%; ammessi altri max. 15%, con il limite del 10% per ogni singolo vitigno, secondo quanto previsto dalla doc Valpolicella ora superata dalla docg) del Valpolicella, del Valpolicella Superiore e del Recioto trovavandosi, a seconda della filosofia del produttore, ad ammiccare all’uno o all’altro tipo, subendone la concorrenza e rivelando, proprio per questo, la mancanza di personalità e ancora più di identità.
Penso che a molti sia capitato di bere alcuni Valpolicella Superiore, soprattutto negli ultimi anni, di una concentrazione ed un titolo alcolometrico da fare invidia a  molti Amaroni, ma con un’eleganza ed un equilibrio che al fratello più blasonato, molte volte, difettano (ricordo, solo per fare un esempio, un Valpolicella Superiore La Bandina 2001 della Tenuta Sant’Antonio che definirei strepitoso), mentre molti Amaroni in commercio, al contrario, rivelano un residuo zuccherino importante che richiama, immediatamente, la matrice reciotesca, quasi a dimostrare che il cordone ombelicale, pur essendosi allungato notevolmente, non è ancora reciso.
Per non parlare della tecnica del Ripasso (che ora ha conquistato una sua doc), nata, nell’ambiente contadino, per “confortare” i Valpolicella, base, deboli facendoli rifermentare con le vinacce fresche dell’Amarone o del Recioto, che, negli ultimi anni viene utilizzata per “elevare” il Valpolicella Superiore trasformandolo, così, in un Amaronino, fatto con le stesse uve, nella stessa zona, con le stesse caratteristiche di base, ma venduto ad un prezzo decisamente più economico e, perciò stesso, in grado di sottrarre mercato al fratello maggiore al quale finisce per sovrapporsi creando confusione tra i consumatori.
 Verso la metà dell’anno trascorso, dieci produttori di Amarone, tra i più noti, nel tentativo di arginare la crisi e, soprattutto di sottrarre i loro prodotti dal coacervo di tipologie e di prezzi nel quale si trovavano a competere, hanno costituito un’associazione denominata “ Le famiglie dell’Amarone d’arte”, raccogliendo molte critiche e pochi consensi, considerando anche la scelta del modo e del momento di porre la questione, quasi a volersi chiamare fuori da una situazione traballante che loro stessi, unitamente a tutti gli altri, avevano contribuito a creare.
Il Consorzio (oggi confortato dalla docg appena ottenuta), recentemente, ha ridotto il quantitativo di uve da destinare all’appassimento e dall’anteprima Amarone, svoltasi nel gennaio di quest’anno, sembra, almeno secondo i pareri di chi vi ha preso parte, che qualcosa stia cambiando (relata refero) e che molti produttori abbiano, finalmente, preso le distanze dal Recioto e dal Valpolicella Superiore Ripasso, nel tentativo di trovare un’identità, che deve, obbligatoriamente, passare attraverso il rispetto del legame con il terroir (evitando, anche, appassimenti esasperati che allontanano il vino dai caratteri varietali delle uve di provenienza) alla ricerca di un equilibrio che consenta di abbandonare la dimensione di vino da “parata” e conquistare quella di prodotto che, pur con caratteristiche peculiari, ha un suo posto all’interno dell’enogastronomia italiana.
Solo quando questo traguardo verrà raggiunto potranno suonare a festa le campane dell’orgoglio valpolicellese e l’Amarone, forse, perderà l’etichetta di “Recioto scapà” che ancora in tanti, oggi, gli vediamo cucita addosso.
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