DGM
| Le crociate dello spumante italiano |
| Scritto da Diego Sburlino | |||||||||||||||||||||||||||||||||
Nei primi giorni di dicembre è stata resa nota dai media la notizia che il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia, mantenendo un precedente proposito, si è attivato al fine di evitare che i brindisi televisivi di fine anno si tengano a base di Champagne, (qui l'articolo) ed il suo ministero ha concluso accordi con i principali consorzi italiani affinché vengano fornite, per l’occasione, bottiglie recanti il logo del ministero ed il nome dell’iniziativa “Spumante Italiano”.La strana vicenda, che ha il sapore autarchico dei tempi passati, prende le mosse dall’episodio, avvenuto lo scorso Capodanno su RAI 1, consistente nel brindisi, dell’allora direttore Fabrizio del Noce, a base del famoso vino francese. Il direttore del sito internet “Italia a Tavola” Alberto Lupini, riportando la notizia, si fregia, addirittura, di essere stato il primo in Italia a denunciare la “vergogna di RAI 1” e loda l’iniziativa del ministro Zaia definendola “una battaglia che è al tempo stesso di civiltà e di promozione per i prodotti italiani” facendosi portavoce, addirittura, di tutti i produttori e gli amanti dell’enogastronomia italiana poiché conclude l’intervento ringraziando il ministro con le seguenti parole “Grazie a nome di tutti i produttori di spumante e di chi ama l'enogastronomia italiana”. Un’autorevole esperto (Franco Ziliani) che ha stigmatizzato la vicenda in modo differente, esprimendo un punto di vista legittimo e, a mio avviso condivisibile, (leggi qui), in seguito, è diventato il bersaglio, della reazione scomposta, ed incomprensibilmente rabbiosa, dello stesso Lupini, che ha fatto uso, nell’occasione, di parole e toni che è riduttivo definire brutali, poiché si pongono al limite del consentito e dell’opportuno, come potete leggere qui. Io mi ritengo un enoappassionato e preciso subito che non mi sento, affatto, rappresentato da Italia a Tavola che, nell’articolo succitato, esprime un parere del tutto personale, inoltre ritengo che l’iniziativa del ministro Zaia sia, quantomeno, inopportuna oltre che, potenzialmente, foriera di confusione della quale, in questo momento storico (mi riferisco, in particolare, agli scandali che, negli ultimi giorni, hanno interessato il vino toscano), il mondo del vino non ha bisogno. In particolare credo che nell’epoca delle frontiere aperte e della globalizzazione, che vede la Regione Lombardia direttamente interessata dalla crisi economica scoppiata in Grecia (leggi qui), i risparmiatori italiani sopportare le conseguenze della disfatta dei mutui subprime americani, e nella quale vi sono personaggi del calibro di Gorge Bush, Gorbaciov, Chirac, Clinton ecc.., che sfoggiano senza problemi (neanche di nazionalismo), anche nelle occasioni ufficiali, cravatte italiane , sia ,quantomeno, inopportuno che uno dei massimi esponenti del governo italiano prenda una posizione di questo genere. Sono convinto che le guerre del vino non vadano combattute con il protezionismo, ma con il lavoro serio e responsabile, sia nelle vigne che nelle cantine, magari con l’aiuto di un legislatore un po’ più attento di quanto non lo sia stato sino ad oggi, che, nei limiti consentiti (mi riferisco a quelli posti dalla normativa comunitaria) imponga dei parametri che siano qualitativi e che rispecchino una gerarchia del valore dei singoli prodotti, in modo chiaro ed immediatamente percepibile dai consumatori, come avviene in altri paesi a noi vicini. La Francia, che in questa battaglia viene collocata nella assurda posizione di nemica, nel settore vinicolo ha sempre legiferato recependo e cristallizzando, con la norma, i valori espressi e recepiti dalla gente e dai mercati (in termini di prezzi spuntati indicativi del gradimento conseguito) dai singoli vini e vigneti, dal Bordeaux allo Champagne avendo come obiettivo la diversificazione dei vini secondo il loro valore ed il loro pregio, mentre il nostro Paese, non si può dire abbia fatto altrettanto, preoccupandosi, unicamente (anche nei più recenti interventi legislativi), di garantire la provenienza geografica dei vini. A questo proposito è appena il caso di ricordare che il ministero presieduto da Luca Zaia, ha recentemente apportato una modifica ai disciplinari del Barolo e, in precedenza, del Barbaresco, includendo le cosiddette “indicazioni geografiche aggiuntive”, che vanno a sostituire le vecchie sottozone, senza, però, mettere nel giusto rilievo le differenze che fra di esse vi sono e vi sono sempre state, riconosciute ed apprezzate dai vari intenditori ed esperti, livellandole e creando, sostanzialmente, una modifica inutile, oltre che potenzialmente dannosa, poiché non è volta a premiare il valore e le diversità espresse dai singoli vini delle varie ex sottozone, come invece, giustamente avviene in Francia, ma, di fatto, istituzionalizza il concetto che tutte le sottozone sono uguali e dotate delle stesse potenzialità, cosa assolutamente non vera (naturalmente a questo si è giunti dopo avere sentito il parere di vari comitati ed esperti, ma il risultato resta). È palese, inoltre, come la raffigurazione, fornita dai media e dallo stesso sito del ministero, della guerra in atto tra lo “spumante italiano” ed il famoso vino francese sia nebulosa e scarsamente rappresentativa della realtà delle cose. La normativa UE (Regolamento 1493/99) definisce lo spumante naturale “come il prodotto ottenuto dalla prima o dalla seconda fermentazione alcolica di uve fresche, di mosto, di vino da tavola o di vino di qualità prodotto in regioni determinate, caratterizzato, alla stappatura del recipiente, da uno sviluppo di anidride carbonica, proveniente esclusivamente dalla fermentazione, e che, conservato alla temperatura di 20 °C in recipienti chiusi, presenta una sovrappressione non inferiore alle tre atmosfere ed una gradazione alcolica effettiva al consumo di 9,5 gradi”. Nel solco tracciato da questa definizione vengono prodotti in Europa centinaia di milioni di bottiglie (solo in Italia pare siano, quest’anno, circa 340 milioni) di “spumante”, che ha come unico comune denominatore i requisiti di cui sopra, ma differisce, di molto, per quanto concerne il metodo di produzione ed i relativi costi, nonché per le caratteristiche del prodotto finale. La produzione di “spumante italiano”, deve essere suddivisa in due grandi categorie: quello prodotto con il metodo classico o champenois (termine che non può più essere utilizzato per gli spumanti italiani) consistente nella rifermentazione in bottiglia, e quello prodotto con il metodo Martinotti (dal nome del direttore della Regia Stazione Enologica di Asti che a fine 800’ lo inventò al fine di ridurre i tempi ed i costi della produzione ottenuta con il metodo classico) o Charmat (dal nome dell’ingegnere francese che nel 1910 realizzò il progetto di Federico Martinotti e costruì e brevettò l’attrezzatura necessaria) consistente nella rifermentazione in autoclave (grosso recipiente in acciaio inox dalla capacità di 100-500 hl). La differenza tra i due metodi di produzione non è di poco momento, poiché i prodotti in questione sono completamente differenti, per le qualità, il pregio ed i costi al consumatore.. Quelli ottenuti con il metodo classico o champenois (tra i quali vi sono gli Champagnes ed alcuni spumanti italiani come il Franciacorta, l’Alta Langa, ecc..) sono vini che si connotano per i colori più carichi, i profumi intensi e complessi, che ricordano il lievito, il pane tostato, il pan brioche, i biscotti, i fiori bianchi o gialli, la frutta secca, hanno sapori spiccati, eleganti ed un’ottima struttura, accompagnata da una persistenza aromatica notevole conseguente, in alcuni eccellenti casi, ad una lunga sosta sui lieviti dopo la rifermentazione. Quelli metodo Charmat (di cui fanno parte il Prosecco, l’Asti, ecc..) sono caratterizzati da colori più tenui, profumi, meno impegnativi, più vivaci e fragranti, con accenti di fiori e frutta freschi, sono meno strutturati e meno eleganti e sono, in genere prodotti meno pregiati e costosi di quelli ottenuti con il metodo precedente. Da quanto sopra si può, agevolmente, evincere che la guerra tra Spumante italiano (denominazione generica che comprende prodotti molto differenti tra loro) e Champagne (prodotto di alto lignaggio, grande pregio e costi adeguati) non ha senso, e lasciare intendere il contrario al consumatore italiano non mi sembra corretto, poiché il confronto può esser posto solo tra prodotti dello stesso tipo, cioè tra Spumante italiano metodo classico e Champagne, lasciando lo spumante metodo Charmat a competere con i vini della stessa categoria e dello stesso valore. A questo proposito si noti che la produzione, annuale, italiana di spumante metodo classico non raggiunge i 20.000.000 di bottiglie, mentre la Francia produce, mediamente, circa 300.000.000 (quest’anno un po’ di meno) di bottiglie di Champagne (oltre al fatto che lo produce da più di trecento anni avendolo, pure, inventato), quindi va da sé che il confronto, tra due grandezze (in tutti i sensi) così differenti, non può essere posto e creare confusione su questo tema, anche se potrebbe ottenere l’effetto di elevare il livello di vini come il Prosecco, che in questo modo andrebbero a confrontarsi direttamente con lo Champagne, promuovendone il consumo, non può certo contribuire alla causa del vino italiano, come qualcuno vorrebbe farci credere.
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