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GLI STATI GENERALI DEL VINO

  • Venerdì 04 Dicembre 2009 09:40
  • Scritto da Diego Sburlino
uomo e vinoDomenica 8 novembre si è tenuta, presso l’Hotel Monaco & Gran Canal di Venezia ( qui i dettagli ), una tavola rotonda sul tema “Evoluzione del gusto..l’eclisse dei vini da campionato e il ritorno alla bevibilità” alla quale hanno partecipato, in qualità di relatori, alcuni personaggi di indiscussa fama e pregio, quali il giornalista Franco Ziliani (autorità morale e guida spirituale degli enoappassionati), l’enologo Franco Barnabei, Vasco Boatto ( Presidente del Venezia Wine Forum e consulente ministeriale) ed il Presidente dell’A.I.S. Veneto Dino Marchi.
Il fatto che vengano indetti dibattiti di questo tipo, che sanno di Stati Generali del vino, legati più ad un aspetto filosofico e sociologico del mondo enoico, piuttosto che a quello tecnico della degustazione, induce a riflettere.
Sembra che, finalmente, l’enopensiero stia tentando di tornare tra i binari che dovrebbero essergli propri e cerchi di recuperare quella logica e quel buonsenso che la gente comune ed alcuni enoilluminati (pochi a dire il vero), invece, non hanno mai abbandonato.
In un’intervista, rilasciata al sito internet “Wine Indulgence” (che consiglio di visionare), Franco Ziliani, sicuramente l’enoilluminato, con un carattere difficile ed il cervello fine, che ha contribuito più di tutti, negli anni, a ripulire il mondo del vino dagli orpelli delle mode, chiarisce molto bene il suo punto di vista sull’argomento, che corrisponde, poi, allo spirito stesso del convegno.
Se io, semplice appassionato, dovessi dividere la storia del vino italiano in due fasi ideali, direi che è esistita l’epoca preVeronelli e quella postVeronelli, nella quale si è cominciato a capire che non esistevano solo il rosso ed il bianco, ma molti vini diversi, tra loro, che potevano essere accomunati per il colore, ma che avevano storie diverse da raccontare e sensazioni completamente differenti da suscitare.
Quest’ultima epoca ha generato i superesperti di vino. Sono nati i sommeliers che, in seguito, grazie all’attività instancabile di alcuni, si sono trasformati da semplici camerieri addetti al vino a intellettuali e filosofi del bere bene e, ampliandosi il fenomeno ed il numero degli enoappassionati, è nata, conseguentemente, la professione del giornalista specializzato che scrive solo di questa materia, si è distinta la figura del produttore che non più pago del solo produrre ha preteso di dettare legge, nel vero senso della parola, in questo mondo e sono nate le diatribe sul modo di intendere il vino. Come produrlo, se produrlo in un certo modo sia o meno etico per giungere, poi, a confrontarsi, con le armi sguainate, sulla problematica di ordine etico/morale che consiste nello stabilire se un vino possa essere semplicemente buono ed apprezzato da molti, magari con un buon rapporto qualità/prezzo, o se debba, pure, rispecchiare il terroir di origine, anche se questo termine, peraltro, sconosciuto ai più.
All’interno della frangia di enointellettuali che ritengono inaccettabile la dicotomia vino/terroir, si è distinta una schiera di ribelli che aborriscono tutti i vini italici che non sono ottenuti da vitigni autoctoni, anche se pure su questo concetto si potrebbe discutere a lungo dato che sul nostro territorio sono presenti varietà alloctone da alcuni secoli e sarebbe, quindi, necessario stabilire da quanto tempo un vitigno debba dimorare sull’italico suolo per potersi fregiare di essere una varietà locale; ho già avuto modo di osservare che in Friuli Venezia Giulia i vitigni francesi sono coltivati da secoli e sono considerati, dalla gente comune, locali.
Il mondo reale, del quale fa parte anche la maggioranza degli enoappassionati che non portano, mai, alla bocca il vino senza, prima, averlo fatto roteare nel bicchiere con fare ispirato ma che della politica e della filosofia del vino poco sanno e poco capiscono, non riesce a farsi permeare da queste diatribe.
Inoltre la rivoluzione di pensiero, avvenuta nel mondo del vino nell’epoca postVeronelli, non ha solo elevato, in positivo, il concetto di vino portandolo ai livelli attuali, ma ha indotto molti wine makers, i meno avveduti per lo più, a pensare che questo dovesse essere prodotto per stupire e per fare notizia e che ogni uva dovesse essere “spremuta” al massimo applicando, poi, alla produzione tecniche destinate a vini di più alto lignaggio, per non parlare dell’uso indiscriminato della barrique, con il risultato di ottenere vini snaturati, frutto del tentativo di stupire, conquistare posizioni nelle guide, diversificarsi dagli altri dello stesso tipo.
Provate solo a pensare, a titolo di esempio, l’evoluzione che ha interessato il Dolcetto di Dogliani, da vino piacevole e beverino di uso quotidiano (in ossequio alla tradizione) a vino importante con concentrazioni che, fino a qualche decennio orsono, gli erano sconosciute e profumi nuovi, dovuti all’uso di barriques e prezzi, conseguentemente, lievitati.
Si consideri, infine, che l’applicazione di queste nuove tecniche produttive importa un aumento di costi notevole e da questo consegue che le aziende che vogliono tenere bassi i prezzi dei loro prodotti, per mantenere o conquistare posto nella fascia medio bassa della grande distribuzione, pur uniformandosi alla nuova tendenza, spesso ricorrono a “scorciatoie” che danneggiano il prodotto finale.
È importante, dunque, restituire al vino il suo posto, quello di bevanda che serve per accompagnare i cibi e per rendere più piacevoli i momenti di convivialità e che, conseguentemente, deve essere bevibile, buono e deve avere un prezzo accessibile, tale da poterne fare un alimento quotidiano senza diventare, a tutti i costi, oggetto di culto o da campionato, prodotto al fine principale di conquistare i primi posti nelle guide, o i mercati internazionali, spesso così distanti, in tema di gusto, da noi.
In poche parole un vino che non parli americano, ma il dialetto dei luoghi d’origine.
Ciò non toglie che vi siano e vi debbano essere dei vini migliori di altri, prodotti con uve di particolare pregio e lunghi affinamenti che giustificano maggiori prezzi e grandi soddisfazioni al momento della degustazione e che, per ciò stesso, devono essere riservati ai momenti particolari che diventeranno, così, indimenticabili.
Diego Sburlino
 
Commenti
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Maria Marchetto  - trasmettere   |08-12-2009 10:41:33
Con grande interesse ho letto i vari commenti e da sommelier dico che e' ora di apprezzare i vini che esprimono territorio con qualita' e pulizia nel bicchiere. Cio' nonostante apprezzare anche il produttore il quale fa grande lavoro in vigna. Saluti Maria Marchetto
diego sburlino   |07-12-2009 16:48:27
Ricevere i complimenti di Ziliani è un piacere oltre che un onore.
Per quanto riguarda Graziano Pujia sono d'accordo totalmente su quello che ha detto, ma il problema, innanzitutto, è stabilire di quale legno stiamo parlando, poichè è noto che il legno grande non copre o sovrasta i profumi varietali, come accade invece, molto spesso, con quello piccolo.
Inoltre si consideri che l'uso della barrique, non è proprio tipico della nostra storia ed, inoltre, alza in modo considerevole i costi della bottiglia e, quindi, sul mercato non dovrebbero trovarsi prodotti "barricati" sotto un certo prezzo, come invece, purtroppo, molto spesso avviene.
Diego Sburlino
graziano pujia  - appassionato   |07-12-2009 13:03:17
sono un sommelier appassionato, ma non fissato. sono perfettamente d'accordo con quanto lei scrive.
però l'uso del legno quando il vino lo merita non va demonoizzato. andrebbero invece radiati dalla professione coloro che utilizzano scorciatoie.
un caro saluto.
Franco Ziliani  - grazie!   |05-12-2009 17:29:37
ringrazio Sburlino per questo intervento troppo gentile nei miei confronti e mi complimento per la lucidità dell'analisi. Sottoscrivo l'auspicio finale per "un vino che non parli americano, ma il dialetto dei luoghi d’origine". Un vino che faccia capire la propria origine e debba la propria diversità alla varietà dei terroir
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